
Racconti Brevi
Nuovo appuntamento con la rubrica “Racconti Brevi” che Target Lab Ets dedica ai racconti fotografici, con un altro racconto breve di Pietro Coppa Ph, in cui ricordi e riflessioni vengono condivisi partendo da sue immagini d’archivio di Campo De’ Fiori.
Attraverso il suo racconto, il fotografo invita il pubblico a riflettere su come le esperienze personali e collettive plasmino la nostra percezione del mondo.
La rubrica vuole essere quindi dedicata alla ricerca personale dei singoli autori attraverso un processo di intermediazione del testo e delle foto supervisionati dal team di Target Lab Ets, Laboratorio Sperimentale di Fotografia e Comunicazione, ma anche rappresentare un momento di divulgazione e promozione della cultura fotografica. In questa ottica saranno affrontati diversi aspetti della narrazione fotografica attraverso articoli, interviste e monografie con gli opportuni collegamenti con le altre rubriche che Target Lab Ets gestisce su Romaoggi.eu.
Seguite “Racconti Brevi” evolverà nel tempo, portando alla luce le storie straordinarie che si nascondono dietro ogni scatto fotografico. Restate sintonizzati per ulteriori articoli, interviste e approfondimenti che alimenteranno il discussione sulla fotografia e sulla narrazione visiva

Il tempo a geometria variabile
Riflessioni e ricordi su alcune immagini di Campo de’ Fiori a cinquant’anni di distanza
La memoria è una strana cosa, e strano è l’effetto che produce la percezione dello scorrere del tempo assoluto, del mutare delle epoche, quando la si mette in relazione con il senso del trascorre del nostro tempo personale, individuale.
Rimettendo in ordine il mio archivio ho recuperato alcune immagini scattate intorno alla metà degli anni ‘70 da un giovane fotografo poco più che ventenne nel mercato rionale di Campo de’ Fiori, allora non ho potuto fare a meno di prendere la macchina fotografica e tornarci per fare qualche altra foto cercando di ripetere per quanto possibile le stesse inquadrature di cinquant’anni fa.
E certo che tutto appare mutato, dal modo di vestire alle persone, che non sono più gli abitanti di un vecchio rione popolare del centro antico della città intenti alle proprie attività quotidiane, ma turisti in visita ad un mercatino ripulito e gentrificato.
D’altra parte è l’ intero mondo che la storia ha profondamente riplasmato e modificato: quando queste foto sono state scattate il mondo era ancora bipolare, gli sconvolgimenti degli anni ‘90 erano di la da venire e tutte le trasformazioni individuali o collettive che ci hanno sorpreso e spesso preso in contropiede smentendo ogni previsione precedente, come la presenza pervasiva della rete, muovevano appena i primi incerti passi.
Tutto quindi appare remoto, antico, sprofondato negli abissi di un passato che la mente razionale può solo esplorare con gli strumenti della storiografia.
Ma nella mia memoria individuale invece è appena ieri, anzi oggi: è sempre quel giovanissimo fotografo che apparteneva alla generazione di quanti lo sono diventati non per un imperativo categorico espressivo ma dopo aver visto, adolescenti, Blow Up in qualche cineclub, ben poco interessati per altro alle domande esistenziali del film, quanto invece attratti dall’invidiabile fascino del protagonista in giro con tanto di Nikon per la Swinging London, e dalla segreta, ma non tanto, speranza di incrociare imitandolo una qualche meravigliosa Vanessa Redgrave in minigonna di Mary Quant.
Quel fotografo per fare scena ma che poi lo è diventato per passione vera perché come prima macchina non potendo permettersi una fichissima Nikon o una blasonata Leica, ha dovuto ripiegare su una più umile Yashica 635 biottica (ce l’ho ancora perfettamente funzionante, è con essa che ho scattato le vecchie foto del mercato, e ringrazio tutt’ora un mio cugino più esperto che me ne consigliò l’acquisto) è sempre qui, nel mio presente contemporaneo, insieme a tutte le altre cose che ho fatto o le persone che ho incontrato nei cinquant’anni trascorsi, compresa la compagna fin da quei tempi, poi sposata e tutt’ora moglie, tanto per tornare al presente, che incontrai facendo un servizio sui candidati studenteschi alle prime elezioni dei consigli scolastici (anno 1975) e non dico quante foto scattai a lei, e quante poche, proprio il minimo sindacale, agli altri. Alla fine giocando a fare il fotografo una Vanessa Redgrave l’avevo trovata.
Il tempo quindi è come un cannocchiale, che a seconda della parte da cui si guarda può farci apparire il passato lontanissimo o vicinissimo, un passato le cui vestigia fanno comunque parte a tutto diritto del presente, e si avviano nell’atto in cui il presente diventa passato a trasformarsi in parte integrante anche del futuro; e così anche le due serie di foto da me scattate a mezzo secolo una dall’altra mi paiono al tempo stesso distanti tra loro ma vicinissime: stesso modo di guardare.
E in ogni caso, per chiudere, anche adesso a più di settant’anni quando esco per la strada con la macchina fotografica mi diverto ancora a vedermi un po’ come David Hemmings.
© 2026 Pietro Coppa – Target Lab Ets

Pietro Coppa Nota Bio
Pietro Coppa nasce a Roma nel 1955. Fin dall’inizio degli anni ‘70 inizia ad appassionarsi alla fotografia, con qualche pubblicazione su giornali e riviste dell’epoca.
Pur non avendo trasformato in seguito questa passione in una attività professionale, continua comunque ad occuparsi di fotografia a livello amatoriale nei decenni successivi.
Nel periodo attuale, con più tempo a disposizione, ha intensificato l’impegno in questo settore dedicandosi sia alla produzione di immagini analogiche che alla produzione di foto digitali.
Ha al suo attivo pubblicazioni recenti sia su riviste digitali (Private Photo Review, Artdoc) che su media cartacei (Mind).. Da marzo 2025 è iscritto a Target Lab Ets – Laboratorio Sperimentale di Fotografia e Comunicazione








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Editing fotografico a cura di Alessandro Lisci – Target Lab Ets
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