In scena all’Auditorium Parco della Musica la compagnia Le Donne del Muro Alto con Olympe: il progetto teatrale che supera i confini del carcere, con la regia di Francesca Tricarico.
Intervista alla regista di Francesca Ciccariello

Grande successo di pubblico la scorsa domenica, 25 gennaio, all’Auditorium Parco della Musica per lo spettacolo “Olympe”, portato in scena dalla compagnia Le Donne del Muro Alto, composta da attrici ex-detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione, con la regia di Francesca Tricarico. Avevo sentito parlare del progetto “Le Donne del Muro Alto” da Paola Ortensi, che per un periodo ha tenuto degli incontri settimanali con le detenute di Rebibbia, dando alla luce un prezioso volumetto che dà voce alle donne in carcere: “Mano libera. Donne tra prigioni e libertà”. Mi aveva molto colpito il fatto che attraverso la scrittura quelle donne avevano dato libero sfogo ai loro pensieri, “evadendo” per un momento dalla loro condizione detentiva. Il teatro della Tricarico è un mezzo ancora più potente della scrittura: nel teatro c’è un corpo che si muove nello spazio, uno spazio dove quelle donne smettono di essere una ‘matricola’ e tornano a essere persone; il teatro è movimento e voce, e attraverso movimento e voce le ferite si trasformano in narrazione condivisa. Recitare insieme significa fidarsi l’una dell’altra, coordinarsi, costruire qualcosa di prezioso. E questo spettacolo ne è la prova: la figura di Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, diventa uno strumento di riscatto per le attrici, e per tutte noi uno spunto di riflessione profonda sul significato di libertà e sui diritti delle donne.

Alla regista è stato conferito il Premio De Sanctis per i Diritti Umani per l’alto valore civile e sociale del progetto “Le Donne del Muro Alto”, e la compagnia ha ottenuto riconoscimenti molto prestigiosi: la Medaglia Premio di Rappresentanza del Capo dello Stato per la replica del 25 all’Auditorium, e poi un Premio del Comune per l’attività che l’Associazione svolge sul territorio, importante perché il Comune riconosce il carcere come “luogo della città”.
Qui sotto una breve intervista alla regista, Francesca Tricarico.
Ciao Francesca! Che bella soddisfazione deve essere stata portare in scena Olympe all’Auditorium! Se per una spettatrice è stato tanto emozionante, immagino per Te! Che cosa hai provato nel vedere queste donne recitare in un vero teatro, libere, davanti a degli sconosciuti o alla propria famiglia (so che alcune delle attrici hanno recitato con i figli presenti in sala)?
L’emozione è stata enorme, immensa, anche la paura, quell’ansia, quell’adrenalina che hanno tutti gli attori e i registi. Non è stata la prima volta su un palco grande e importante, abbiamo portato i nostri spettacoli al Teatro India, al Vittoria, alla Corte Suprema di Cassazione, alla Camera dei Deputati, però devo dire che l’Auditorium ci ha fatto un effetto diverso, sicuramente per il numero notevole di spettatori e per il luogo in sé. C’è stata molta adrenalina sul palco e dietro le quinte, sicuramente le attrici erano emozionate, però, non so come dire, c’è qualcosa di fantastico che accade ogni volta: anche se l’emozione e la tensione ci sono, c’è nello stesso tempo un’urgenza di portare fuori, attraverso di noi, la voce di chi sta ancora dentro – e anche di portare i contenuti che scegliamo con cura, come parlare di Costituzione, di diritti – che tutto diventa secondario, anche l’ansia. È la determinazione e il senso di responsabilità nei confronti di chi è ancora in carcere a muovere i nostri lavori.
Sicuramente le tue attrici hanno un sentimento di gratitudine nei tuoi confronti per l’opportunità ricevuta. Quali sono le parole che usano più spesso per ringraziarti dell’occasione che hai offerto loro?
Noi ci sentiamo una famiglia… Di solito in teatro, quando fai uno spettacolo, si litiga e ci si ama, come solo le famiglie sanno fare! Immagina che qui si tratta di una famiglia all’ennesima potenza, perché io ho vissuto con loro il periodo in cui erano in carcere, il periodo in cui dovevano affrontare il “dopo” e poi il “dopo più stabile”. Ho incontrato queste donne all’inizio della detenzione, quando recidere i fili con l’esterno le devasta; ho seguito il loro percorso all’interno del carcere, la paura a ridosso dell’uscita, quando la società che le attende molto spesso non è pronta ad accoglierle nei cambiamenti che il periodo detentivo ha portato con sé. Un periodo difficile, quello del reinserimento, della ricostruzione dell’identità come madre, figlia, sorella, come moglie… Sono sicuramente prima di tutto la regista, però sono anche quella donna che è stata con loro nel percorso di cambiamento.
È un legame profondo: loro, nei miei confronti, ma anche io, nei loro. Abbiamo un rapporto consolidato, io con loro vivo la mia vita all’ennesima potenza… ci sono delle cose che fuori io devo spiegare, dentro non devo spiegarle. Due anni fa ho perso una nipotina e quel dolore lo volevo condividere solo nel carcere, perché lì non dovevo spiegare quello che mi stava succedendo: loro sapevano dire le cose giuste o non dire, guardarmi o toccarmi nel modo giusto. Le parole ci sono, ma più che le parole ci sono i gesti. Prima di entrare in scena è successa una cosa importante a una di noi, una telefonata, un problema enorme. Non abbiamo avuto bisogno di parole!
Pensando al percorso fuori dal carcere, qual è l’ostacolo più difficile che queste donne devono affrontare quando passano dal palcoscenico del carcere a quello della società civile?
La società ha sempre bisogno di usare il termine “detenuta” o “ex detenuta”, noi lo utilizziamo nel progetto, perché abbiamo bisogno di accendere una luce sulle donne che stanno ancora in carcere, quindi è per poter aprire quella porta, parlare di carcere e ottenere i fondi, però la società fuori perdona poco chi ha vissuto l’esperienza detentiva, perdona pochissimo se è una donna ad aver commesso un reato. Poi c’è un vuoto istituzionale: non c’è un reale percorso di accompagnamento, queste donne si diplomano, si laureano mentre sono in carcere, imparano dei mestieri nuovi, però poi quando escono faticano a trovare chi possa affittare loro una casa, faticano a trovare chi possa prenderle a lavorare, faticano ad avere un supporto psicologico di accompagnamento nella ricostruzione dei rapporti tra loro e i loro figli, il loro marito, e la loro madre, e i loro familiari, perché non sono più le donne che erano quando sono entrate in carcere.
Quindi hai notato più diffidenza che solidarietà? Le tue attrici, una volta fuori, hanno trovato una collocazione lavorativa dignitosa?
Non è tutto nero e non è tutto bianco: ad esempio, alla fine dello spettacolo Bruna (Olympe) ha ringraziato il Rettore di UnitelmaSapienza, perché lei, attraverso una cooperativa in carcere, che mi pare si chiami e-Team, ha iniziato a lavorare dal carcere al call center di UnitelmaSapienza; quando è uscita ha continuato e ora è la prima donna ex detenuta a essere stata assunta a tempo indeterminato.
Ci sono degli esempi belli: sta tutto nella buona volontà di persone che riescono a trovare i soldi da sole per fare questi progetti e combattere affinché questo possa avvenire. L’articolo 27 della nostra Costituzione dice il carcere non è il luogo della pena ma della rieducazione, che il trattamento è al centro della detenzione, che si deve tendere al reinserimento sociale del condannato, ed è quello che noi cerchiamo di fare.
Oltre a Bruna c’è Daniela (nello spettacolo, la scrittrice): lei fa l’infermiera, ha trovato lavoro da sola attraverso una cooperativa e, quando i suoi colleghi hanno visto la pubblicità dello spettacolo, è successo il panico, perché in ospedale non sapevano che lei fosse un’ex detenuta, non se lo aspettava nessuno… sono stati accoglienti ed è stato molto bello vedere come i cliché possano abbattersi. Le mie attrici sono donne fortunate, che si sono date tanto da fare ma sono anche entrate in una rete: fare rete in carcere è vitale.
Tenendo conto che sei una donna con un tuo percorso di vita, cosa ti ha insegnato confrontarti con altre donne provenienti da percorsi di vita diversi? Ti ha cambiata? Forse è una domanda banale…
Non ci sono mai domande banali, semmai risposte banali. All’inizio anch’io pensavo di essere banale in carcere, ma in carcere ho imparato che il superfluo è necessario e che il necessario è superfluo, sia nelle cose materiali che in quelle umane. Spesso si dice: «Il carcere mi ha tolto dieci anni di vita». Io ti dico: il carcere mi ha dato dieci anni di vita in più, di esperienza.
Innanzitutto mi ha insegnato a guardare da vicino i miei tabù, i miei cliché, le mie resistenze. Tu entri in carcere e dici: «Io sono una donna aperta», «io sono una donna evoluta», «io non sono razzista», «io non ho nessuna barriera», e invece quando entri là ti scontri con tutti i tuoi limiti. Quando ho iniziato a lavorare con le ragazze rom pensavo di non avere nessun pregiudizio o preconcetto, ma invece ho capito che, radicati in me, in fondo c’erano dei pregiudizi, c’erano dei preconcetti, e ci ho lavorato e ci devo lavorare ogni volta.
In carcere incontri mille diversità: è come se viaggiassi all’improvviso in mille mondi, in mille Paesi diversi, in mille culture diverse, in mille estrazioni sociali diverse, e quindi devi lavorare continuamente con i tuoi limiti e con le tue paure. In carcere incontri donne che hanno vissuto violenze, paure, abbandoni, ed incontrare loro è come mettere il dito nella piaga di tutte le tue paure e di tutte le tue ferite, anche quelle che non vuoi vedere e non vuoi affrontare…una grande occasione di crescita, immensa!
Che progetti avete per il futuro? Quali sono i prossimi passi per consolidare questa realtà?
Il primo progetto futuro è trovare una stabilità nei finanziamenti, perché questi progetti funzionano se hanno una continuità. Ci sono cinquecento miliardi di progetti nelle carceri, e io comincio a essere stufa di questo, perché è importante offrire opportunità alle popolazioni detenute di imparare mille cose, ma devono essere mille cose che hanno continuità. Perché la continuità permette di approfondire la conoscenza, di sé e di quello che si impara, ma anche di creare quei rapporti di fiducia che permettono poi il cambiamento. Invece si danno fondi ad associazioni che fanno progetti di 3-4 mesi. A che servono? Che competenze hai acquisito? Che legami hai creato? Ora mi odieranno i grandi nomi che fanno questo tipo di progetti, o chi dà i fondi, ma credo davvero che non abbia alcun senso, sono soldi buttati! Invece che proporre venti progetti in un anno, sarebbe opportuno farne cinque che possano avere più significato per la popolazione detenuta. Quello che noi personalmente stiamo cercando è una sempre maggiore stabilità economica, quindi delle fondazioni, degli enti che ci permettano di avere dei fondi con progettualità almeno triennali (…) Poi vogliamo continuare a portare la voce di Olympe sempre più lontano, perché ogni volta ci permette di aprire dei canali di riflessione importanti. L’abbiamo portata in vari teatri della Regione Lazio, siamo andati a Siena, siamo andati in Umbria, vorremmo ampliare questa tournée nei teatri di tutta Italia, ma anche nelle carceri di tutta Italia, perché nel 2025 abbiamo fatto quest’operazione molto bella di portare la testimonianza della cultura come strumento di emancipazione e possibilità di cambiamento nelle carceri, queste donne sono tornate nelle carceri da donne libere, da attrici, e quindi i fondi serviranno anche per questo… E poi, sogniamo di portare Olympe in Francia, sarebbe un sogno portarla a Parigi, dove è nata! Ci auguriamo di riuscire a continuare il progetto teatrale all’interno del Carcere Femminile di Rebibbia, e anche a Regina Coeli, visto che nel 2025 è nata “Gli Uomini del Muro Alto”, dunque cerchiamo fondi per continuare anche questa esperienza, e poi il grande sogno: una nostra sede! Perché come dicevo domenica prima dello spettacolo noi ora siamo le nomadi del teatro, abbiamo sì il laboratorio a Rebibbia Femminile, la Casa Internazionale delle Donne che ci ospita una volta a settimana, lo Spin Time nelle emergenze, ma se avessimo uno spazio fisso nostro… Per esempio l’ufficio, noi lo facciamo ogni giorno della settimana in un luogo diverso! Ma abbiamo l’ex Mercato che ci fa ottenere parte delle scenografie, abbiamo i costumi a casa di venti persone diverse… Abbiamo bisogno di un luogo dove poter fare l’ufficio, poter avere le nostre scenografie, i nostri costumi, e soprattutto poter accogliere in modo stabile le donne alle misure alternative che dal carcere escono fuori e continuano il percorso fuori; poter aprire la sartoria teatrale, poter fare gli incontri con la psicologa, poter fare tutte quelle attività di supporto che hanno bisogno di una sede fissa… E poi vorremmo un furgone!!! Le richieste sono mille, adesso siamo un grande circo per i salti mortali che facciamo, vorremmo essere un po’ più stabili, per poter convogliare le energie in modo più corretto. E poi anche perché le signore ex detenute le stiamo formando anche da un punto di vista organizzativo e strutturale, anche per la produzione: Bruna (Olympe) ci ha dato una grossa mano anche dal punto di vista organizzativo lo scorso anno…
Mi auguro di cuore che riusciate a rendere tutto questo possibile!
Grazie per quello che fai, Francesca!
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