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ANALOGICA
Laboratorio Sperimentale di Fotografia e Comunicazione
Sulle pagine di Romaoggi.eu, una nuova rubrica dedicata alla fotografia analogica, per via di un rinnovato e crescente interesse da parte del pubblico e di tutto l’indotto a cui essa è legata ponendo un accento particolare alle nuove sfide che la fotografia e la cultura visuale ci pone.
Il re dei paparazzi Rino Barillari sosteneva che il digitale è la morte della fotografia. È vero? È proprio così? Cosa ci ha insegnato e cosa ha ancora da insegnarci la fotografia analogica?
In questa rubrica curata da Massimiliano Ruggeri e Alessandro Lisci, che sarà collegata con le altre rubriche dedicate alla fotografia presenti e attive su Romaoggi.eu curate da Target Lab Ets, esploreremo le novità del settore, la storia della fotografia analogica, le tecniche più significative e i grandi autori, con l’obiettivo di offrire uno spazio di approfondimento, conoscenza e riflessione – e, perché no, anche qualche sorpresa!

Robert Capa
e la sua Zeiss Ikon Contax II
“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.”
Robert Capa.
I protagonisti stavolta sono due:
Robert Capa, il più famoso fotografo di guerra del secolo scorso e la sua Zeiss Ikon Contax II. Quest’ultima era la macchina fotografica 35mm, fiore all’occhiello dell’industria fotografica tedesca (e non solo): il non plus ultra per l’epoca, l’antagonista per eccellenza della Leica.
Per chi come me, è cresciuto nell’era della fotografia analogica, il binomio tra i due è automatico. Scopriamo perché.
Il “D-Day”
Ci troviamo in uno dei giorni cruciali per le sorti della Seconda Guerra Mondiale: è l’alba del 6 giugno 1944, il “D-Day”. Siamo sulle coste della Normandia, precisamente nel settore denominato “Omaha Beach”, durante le frenetiche fasi dello sbarco alleato che diedero inizio alla colossale Operazione Overlord.
Dalle postazioni sopraelevate, le truppe tedesche aprono il fuoco protette dai bunker mimetizzati lungo la costa. In quel caos, Robert Capa, unico fotografo al seguito della prima ondata di truppe, scatta circa 110 fotografie su quattro rullini, immerso nelle gelide acque dell’Oceano tra raffiche di mitragliatrici e colpi incessanti d’artiglieria.
Sia l’uomo che la sua attrezzatura si trovano a operare in condizioni estreme, ai limiti dell’impossibile. La sua Contax II, priva di qualsiasi automatismo, richiede una gestione completamente manuale che non concede errori. In quel contesto, la sabbia e la salsedine sono per la meccanica della fotocamera insidie letali quanto i proiettili della Wehrmacht.
Le preziosissime pellicole furono inviate immediatamente a Londra, presso la sede della rivista Life, per essere sviluppate e pubblicate nel più breve tempo possibile. Ma proprio lì accadde l’incredibile: un giovane tecnico di laboratorio commise un errore banale quanto irreversibile. Delle circa 110 immagini originali se ne salvarono soltanto undici, in parte compromesse dall’accaduto.
“The Magnificent Eleven”
Fu proprio l’imperfezione di queste “magnifiche undici” impresse su pellicola bianco e nero Kodak Super XX a renderle leggendarie. Robert Capa le definì ironicamente “Slightly out of focus”, ma fu proprio quella mancanza di nitidezza a trasportare lo spettatore nel cuore pulsante dell’azione. A volte, sono i piccoli difetti a rendere uno scatto unico e irripetibile.
Le immagini dello sbarco in Normandia raccontano ancora oggi la paura, il caos e la brutalità della guerra. Restano tra le più famose nella storia della fotografia, tanto che il regista Steven Spielberg vi trasse ispirazione per il suo capolavoro del 1998, Salvate il soldato Ryan.
Facciamo un passo indietro: chi era Robert Capa?
Robert Capa (1913-1954), pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, nacque a Budapest da una famiglia ebraica. Considerato il più celebre fotografo di guerra del XX secolo, documentò cinque diversi conflitti: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (nel 1938), la seconda guerra mondiale (che seguirà dal 1941 al 1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954).
La sua carriera decollò grazie alla sua foto più famosa e controversa, discussa ancora oggi: “Morte di un miliziano” (1936).
Fondamentale fu il legame con Gerda Taro, stimata fotografa tedesca con la quale condivise un sodalizio sentimentale e professionale; fu proprio lei a contribuire alla creazione del “personaggio” Robert Capa. Gerda morirà tragicamente nel 1937, schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola.
La Seconda Guerra Mondiale rappresentò per Robert Capa la vera consacrazione: egli riuscì a trasformare il reportage bellico in una forma d’arte, lasciando un’impronta indelebile nel settore. La sua carriera abbracciò diversi ambiti della professione, portandolo persino a Hollywood come fotografo di scena. Qui collaborò con grandi registi, tra cui Alfred Hitchcock sul set di “Notorious” nel 1946, si dice che la sua relazione con Ingrid Bergman, ispirò il regista per il film “La finestra sul cortile”.
Nel dopoguerra, precisamente nel 1947, coronò il suo percorso professionale fondando, insieme a Henri Cartier-Bresson e ad altri maestri, la Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo più prestigiosa al mondo.
L’ ultimo atto
Nel 1954, Robert Capa sfidò la sorte per l’ultima volta. Nonostante avesse deciso di non seguire più i conflitti, la sua audacia lo spinse al seguito delle truppe francesi nella prima guerra d’Indocina. Come già accaduto per la sua compagna Gerda Taro, il destino non fu clemente:
La dea bendata quasi a voler reclamare quanto concesse in passato, gli presentò il conto, lasciandogli appena il tempo per un ultimo scatto.
Come un attore di successo a fine carriera, dopo aver calcato i palchi di mezzo mondo, improvvisamente vedrà calare il sipario.
Sarà un’ uscita di scena degna del suo personaggio: la sua vita straordinaria e rocambolesca che pare uscire dalla penna di uno sceneggiatore, si fermerà su una mina antiuomo il 25 maggio 1954 in Indocina.
Da lui, non ci si sarebbe potuto aspettare un finale diverso…


Zeiss Contax II e Contax III (1936-1943 Dresda)
Prima di tutto, è bene precisare che non parliamo di reflex, bensì di macchine fotografiche “a telemetro” ad ottiche intercambiabili, costruite completamente in metallo.
Oggi potremmo definirla l’antenata delle moderne mirrorless: all’epoca rappresentava il massimo per fotoreporter e professionisti.
La Contax II affiancata dal modello III che, integrava un esposimetro con cellula al selenio sulla calotta, resta ancora oggi un gioiello d’ingegneria meccanica, nata con il preciso obiettivo di scardinare il dominio della Leica.
Ciò che la rende immediatamente riconoscibile è il caratteristico “sibilo” che emette alla pressione del pulsante di scatto: la Contax non produce il classico “click”, un dettaglio che ne sottolinea l’unicità e l’innovazione tecnica.
Caratteristiche all’avanguardia per l’epoca:
* Otturatore a tendina metallica con scorrimento verticale (molto più robusto delle tendine in tela).
* Mirino unico con telemetro incorporato ad alta precisione (mentre le Leica dell’epoca avevano fori separati per inquadrare e mettere a fuoco).
* Messa a fuoco veloce e precisa tramite una piccola rotellina girevole posta sulla calotta superiore.
*Velocità di scatto fino a 1/1250s, un primato incredibile per quegli anni.
* Autoscatto
* Dorso completamente rimovibile per facilitare il caricamento della pellicola. *Innesto a baionetta rapido e preciso.
*Per il modello III, esposimetro incorporato.
Dal punto di vista estetico, il design è meraviglioso: linee semplici, pulite, eleganti e funzionali. Nonostante il corpo interamente in metallo, la maneggevolezza è ottima e il peso risulta ben bilanciato, restituendo una sensazione di solidità impeccabile.
Lo straordinario Zeiss Sonnar 5cm f/1.5
Il vero segreto del successo della Contax risiede però nella altissima qualità delle sue ottiche. Lo Zeiss Sonnar 5cm f/1.5, in particolare, è un obiettivo leggendario: ancora oggi ricercatissimo da collezionisti e fotografi per la sua capacità di catturare immagini con una plasticità e una resa cromatica che non temono confronti.
Utilizzare oggi una Contax II o III, è ancora possibile (e consigliatissimo) con le normali pellicole 35mm, non necessita di alcun tipo di batteria. È un’esperienza che va oltre la semplice fotografia: è un contatto diretto con l’età dell’oro della meccanica di precisione.
Il destino della Contax: da Dresda a Kiev
Con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale in Europa nel maggio del 1945 e, la conseguente resa incondizionata della Germania, il panorama industriale tedesco mutò radicalmente. La divisione del Paese in quattro zone d’occupazione segnò la fine della produzione della Contax negli stabilimenti della Zeiss Ikon a Dresda. Per quella che era considerata l’industria ottica più prestigiosa al mondo, iniziò un’odissea fatta di divisioni geografiche, ideologiche e aspre battaglie legali tra Est e Ovest.
Il trasferimento in Unione Sovietica
Dresda, situata nella zona di occupazione sovietica, subì il peso delle riparazioni di guerra. Poiché i russi intendevano replicare la tecnologia Contax (all’epoca superiore alla Leica), la linea di produzione inclusi macchinari, progetti e componenti rimanenti venne smantellata e spedita verso est.
Inizialmente, i sovietici tentarono di riavviare la produzione a Jena nel 1946; sono di questo periodo delle Contax anomale di fattura ibrida senza sigle di riconoscimento che i collezionisti chiamano “Contax no name” frutto di contaminazioni fra la produzione tedesca e quella ucraina. Successivamente nel 1947 l’intera operazione fu trasferita con enormi difficoltà presso la fabbrica Arsenal di Kiev, in Ucraina. Non si trattò solo di uno spostamento di metallo e lenti: numerosi tecnici e ingegneri tedeschi sopravvissuti ai bombardamenti furono costretti a trasferirsi in URSS per addestrare la manovalanza locale e supervisionare l’assemblaggio delle macchine (Operazione Osoaviachim 1946-1951). In realtà tutto ciò che accade in questo periodo di transizione che va dal 1945 al 1948 , è poco noto e non precisamente documentato.
Il declino della qualità: le Contax diventano Kiev.
Sebbene le prime Kiev (modelli II e III) fossero tecnicamente identiche alle Contax originali, essendo costruite con componenti tedeschi o sotto stretta supervisione, con il passare dei decenni iniziò un drastico declino qualitativo. Mentre la Zeiss Ikon a Stoccarda (Germania Ovest) lanciava la nuova Contax IIa, aggiornata sia esteticamente che nella meccanica, la produzione a Kiev soffriva di:
* Standardizzazione meno rigorosa dei materiali.
* Logoramento dei macchinari originali mai sostituiti adeguatamente.
* Una filosofia produttiva sovietica orientata alla quantità piuttosto che alla perfezione artigianale.
Le Kiev rimasero in produzione, con varie evoluzioni (fino alla serie 4), dal 1947 fino al 1987, diventando la testimonianza meccanica più longeva di un’eredità tecnologica divisa dalla Cortina di Ferro, riuscendo ad attraversare gran parte degli avvenimenti più importanti della nostra storia recente, fino a sfiorare la caduta del muro di Berlino; rimanendo sostanzialmente la stessa macchina del 1936.
Contax II in foto: anno 1939 Obiettivo “collassabile” Zeiss Jena Tessar 5cm/f3,5
Contax III in foto: anno 1938 Obiettivo Zeiss Jena Sonnar 5cm/f1,5
© 2026 Massimiliano Ruggeri




Massimiliano Ruggeri Nota Bio
Massimiliano Ruggeri nasce a Roma nel settembre del 1970. Sviluppa grazie a una Voigtländer Vitomatic IIa del 1960, ancora in suo possesso e appartenuta a suo nonno, la passione per la fotografia, coltivando parallelamente l’interesse per la storia dell’arte, il motociclismo e la musica, suonando la batteria in vari gruppi dell’underground romano.
Sfrutta ogni momento libero per camminare con la sua macchina fotografica tra le strade e i vicoli di Roma ricchi di storia, arte, chiese, monumenti e colonne che sente far parte del suo “dna”, facendo così della fotografia l’anello di congiunzione tra arte e storia.
Sperimenta tecniche di ripresa con macchine fotografiche di varia tipologia ed epoca, sia 35mm che medio formato, sia reflex che a telemetro, rimanendo affascinato dalle immagini che possono ancora restituire obiettivi e fotocamere di inizio secolo.
Dal 2023 Massimiliano ha esposto a Roma in cinque mostre e a tutt’oggi scatta esclusivamente usando macchine fotografiche analogiche, rimanendo fedele alla pellicola. Da Marzo 2025 è iscritto a Target Lab Ets.
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